Ancora tu? Pensavo di non rivederti più!

C’è un documento che i vignaioli che vogliono aderire al nostro Consorzio sono chiamati a sottoscrivere. Non si tratta dello Statuto - che ovviamente ogni associato accetta di rispettare nel momento in cui viene a far parte del gruppo - ma di un allegato dal titolo “Principi e idealità condivise dal gruppo” che definisce alcuni valori per noi irrinunciabili. Nell’ultimo punto, il numero cinque, si legge: 

“Non abbiamo nulla contro la tecnologia e la scienza. Ciò che critichiamo è la riduzione della vita a macchina, la sostituzione di ogni elemento della vita con un prodotto di sintesi da laboratorio. Per questo ci batteremo contro gli Organismi Geneticamente Modificati. Gli Ogm costituiscono oggi la più grande minaccia alla sensibilità planetaria. Contro di essi non c’è tempo da perdere né alcuna possibilità di mediazione. La ricerca, la sperimentazione, le legislazioni permissive, l’uso degli Ogm costituiscono un crimine contro la terra e contro l’umanità. Occorre fare di tutto perché ciò non accada”. 

Il Consorzio venne fondato nel 2013 ma fu l’approdo di un percorso lungo - anche di natura ideologica – che emerge con grande chiarezza in queste righe. 

Non siamo contro la scienza. Non siamo contro la tecnica. Ma siamo contro la riduzione della vita a macchina. Un concetto forte e, se vogliamo, non privo di una certa retorica. Eppure dopo tutti questi anni siamo ancora profondamente convinti che gli Organismi Geneticamente Modificati siano un crimine contro la t/Terra.

Sulla questione OGM il dibattito negli ultimi trent’anni è stato enorme, sia a livello politico che a livello scientifico. In un certo senso speravamo che fosse in qualche modo superato: l’Unione Europea, di fatto, non permette la coltivazione di OGM. Eppure la battaglia sta ricominciando.

Il motivo sono gli Ogm cosiddetti di nuova generazione, quelli ottenuti dalle NBT (New Breeding Techniques): c’è una fortissima pressione politica per considerare i prodotti derivanti da cisgenesi o genome editing come qualcosa di differente dai “vecchi” OGM e dunque non soggetti alla legislazione in vigore. Il punto sarebbe che, non essendo prodotti trans-genici (ottenuti tramite DNA non appartenenti alla specie oggetto di modifica), questa tecnica sarebbe assimilabile alle mutazioni genetiche “naturali” come quelle che vengono indotte dall’ambiente o dall’uomo.


Poco prima della crisi di governo la ministra Bellanova ha provato a far passare una risoluzione a favore dei nuovi OGM che – passata al Senato – è stata però bloccata alla Camera anche grazie alla opposizione di tutti i più importanti gruppi ecologisti e ambientalisti che hanno preso una decisa posizione pubblica.

Nel comunicato di 26 associazioni tra cui Aiab, AltrAgricoltura, SlowFood, Legambiente, ecc. si esprime sollievo ma anche grande attenzione: “La brutta pagina del parere espresso dalla Commissione Agricoltura del Senato è, così, superata. Il futuro ministro dell’Agricoltura sarà chiamato a rispettare i vincoli posti dai pareri espressi alla Camera. In tutti si chiede, infatti, il rispetto della sentenza della Corte europea di Giustizia che ha stabilito che alle NBT si applicano senza eccezioni o deroghe le norme oggi esistenti per gli OGM, unitamente allo stralcio dei riferimenti relativi agli OGM nei decreti in esame, a conferma della natura di Paese libero da OGM dell’Italia. Ci impegniamo comunque a monitorare le decisioni del Mipaaf, affinchè sia rispettata la volontà democratica espressa alla Camera”.

È chiaro che le pressioni delle lobby biotech siano fortissime: sono in gioco finanziamenti per la ricerca e grandi margini economici su futuri brevetti. Da questo punto di vista i “nuovi” OGM sono esattamente uguali ai “vecchi”. Si tratta di sottrarre semi e varietà agli agricoltori per ricavare spazi di rendita alle multinazionali dell’industria agrotecnica. 

Sono parzialmente cambiate le ragioni addotte a sostegno di queste manipolazioni. Se nei vecchi OGM la retorica era quella di “combattere la fame nel mondo” attraverso una agricoltura piò produttiva (motivazione ampiamente smentita dai fatti), ora si punta tutto sul cambiamento climatico: le varietà ottenute dalle NBT potrebbero, cioè, essere utilizzate per contrastare il cambio del clima e affrontare malattie vecchie e nuove. Ma la fallacia nel ragionamento è la medesima: ridurre la natura a una questione solo tecnico/economica. 

Anche solo restando all’interno del dibattito tecnicista restano molti dubbi. Ecco cosa ne pensa Michael Antoniou, docente di genetica molecolare al King’s College di Londra e che ha condotto studi importanti sull’interazione tra geni: "La totalità dei geni funziona come una rete ed è necessario mantenere l’integrità del patrimonio genetico delle piante. Un cambiamento in un gene espone l’intero genoma ai cambiamenti, col risultato di mutazioni indesiderate che possono produrre alterazioni delle funzioni proteiche e biochimiche della pianta"


Ma il punto, come nei “vecchi” OGM, è anche un altro: la riduzione di biodiversità connessa al dominio della tecnica. Dice giustamente il genetista Salvatore Ceccarelli: "La biodiversità è uno dei «confini planetari sicuri» che è già stato sforato. Gli Ogm non sono altro che l’ultimo traguardo di una corsa verso l’uniformità che ha contrassegnato tutto il miglioramento genetico delle piante. Il risultato è che da un lato soltanto tre colture, riso, frumento e granturco, ci forniscono circa il 60% delle calorie e circa il 56% delle proteine, rispettivamente che vengono dai vegetali, mentre utilizzano quasi il 50% di tutta l’acqua usata per l’irrigazione. Dall’altro, le varietà di queste tre specie sono geneticamente uniformi, cioè un campo di grano o di granturco o di riso è fatto di piante tutte geneticamente uguali… La complessità del cambiamento climatico implica un cambiamento di tutto l’ecosistema – si pensi solo alla dipendenza dai fattori climatici delle molteplici e mutevoli interazioni ospite-parassita nel caso delle malattie, o delle interazioni con i nemici naturali nel caso degli insetti, o delle infestanti che in condizioni ambientali nuove diventano resistenti agli erbicidi – senza considerare la sua imprevedibilità e la sua specificità territoriale. Ad un problema così complesso che varia da luogo a luogo è difficile pensare che si possa rispondere con soluzioni che, per dirla in termini evoluzionistici, sono alla portata delle capacità evolutive degli organismi che si intende controllare. A questa obiezione si risponde che negli Ogm e Nbt si possono accumulare più geni per rendere la soluzione più durevole, ma ciò non fa altro che spostare il problema…" (articolo completo qui)

Quello che - da sempre - non viene colto dall’industria è la complessità multiforme della “rete della vita” governata da miliardi di anni da un principio biologico basilare, il Teorema Fondamentale della Selezione Naturale: se l’ambiente che circonda gli organismi viventi cambia, quegli organismi, se hanno sufficiente diversità genetica, si evolvono per adattarsi al nuovo ambiente. È il principio su cui Ceccarelli ha fondato la sua attività di ricerca sulle “popolazioni evolutive” in tutto il mondo. Un approccio che se solo potesse contare sui finanziamenti e sull’appoggio politico che viene tuttora dedicato a una tecnologia come gli Ogm potrebbe mostrare la sua straordinaria modernità agro-ecologica: "Le popolazioni evolutive, purché evolvendosi mantengano sufficiente diversità genetica – di qui l’importanza degli scambi di semi tra contadini – consentono a questi organismi di riprodursi perché prima o poi qualche pianta suscettibile la trovano, e quindi non li pongono di fronte alla necessità di evolversi. Nello stesso tempo i danni sulla coltura sono talmente limitati da non richiedere l’uso della chimica: le popolazioni evolutive diventano così, allo stesso tempo, uno strumento di mitigazione dell’effetto serra e di adattamento alla complessità del cambiamento climatico". 

È una “tecnologia” straordinaria: si chiama biodiversità e l’abbiamo semplicemente ereditata.

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